
23/04/2003 15.42.19
Yezda Urfa
Continuiamo la serie di retrospettive di gruppi Prog considerati “minori”. Con questo intendo solo dire che non si sono trovati nelle condizioni storico-geografico-culturali ideali per emergere, restando quindi relegati nell’universo delle produzioni minori, cioè realizzate con budget limitati. La storia ci insegna che purtroppo spesso è presente un malvagio sortilegio capace di creare, di fatto, una corrispondenza inversamente proporzionale tra il successo immediato con il grande pubblico e la produzione di musica di qualità! Per fortuna, non sempre questi dischi scompaiono ma resistono e si consolidano nel tempo. I fuochi di paglia, i successi che durano una stagione insomma, sono tutta un’altra cosa…
In funzione delle buone notizie che ci arrivano da Greg Walker di Syn-Phonic (chi ci segue lo sa già!) cerchiamo di scoprire qualcosa di più su Boris e, più in generale, sugli statunitensi Yezda Urfa, uno dei gruppi musicalmente più talentuosi, che si sono distinti per l’uso del senso dell’umorismo, evidente non solo nella musica ma soprattutto nei testi, stravaganti e spesso incomprensibili.
Yezda Urfa?!? Cosa vuol dire? Pare che la band, dovendo trovarsi un nome, abbia preso in mano i dizionari ed abbia fuso la parola Yazd, Iran (trasformata dal gruppo in Yezda, musicalmente più accettabile) ed Urfa, Turchia. Si costituiscono nel 1973, a Portage (Indiana, USA), e restano in attività fino al 1981. Si tratta di una delle più felici espressioni del Prog americano degli anni ’70, periodo d’oro per il movimento progressivo. Il loro sound ha influenze di Gentle Giant e Yes. Ciò non significa che parliamo di uno dei tanti cloni di queste formazioni. Al contrario, le sonorità degli Yezda Urfa sono assolutamente personali, particolari, estremizzate. Tutta la loro musica è caratterizzata da una miscela di virtuosismi, funambolismi espressivi, frenesie compositive, esasperazioni, follie varie e humor, per quanto non siano da sottovalutare anche momenti più riflessivi e melodici (specialmente in “Boris”).
Nel 1975 autoproducono il mitico “Boris”, album stampato in circa 300 copie, registrato in tre giorni in uno studio di Chicago, che inviano principalmente alle radio locali ed alle case discografiche nella speranza di essere ricontattati per un contratto. Praticamente impossibile da trovare, questo titolo è apparso sulle liste di vendita di collezionisti raramente e solo a prezzi proibitivi. E’ un demo album, quindi come tale, contiene ingenuità. Spicca subito il backgrund musicale del gruppo, che è molto variegato e di notevole spessore. E’ un album di Prog suonato con strumenti spesso inusuali, prevalentemente acustici, in cui si alternano continui cambi di ritmo, a tratti frizzanti e vivacissimi, a tratti melodici e riflessivi. In alcuni punti ci sono richiami perfino alla musica classica (analogie, ad esempio, con la sinfonia dei giocattoli di Leopold Mozart), improvvisamente del buon Rock Progressivo americano che diventa in alcune parti quasi sperimentale nell’uso delle strumentazioni, delle voci, del tessuto compositivo. Jazz, Rock, classica, sperimentazioni, il tutto condito con una buona dose di humor che sdrammatizza l’epicità e la grande qualità dell’opera. Flauti, chitarre, tastiere (piano, hammond compresi), basso, batteria sempre molto ben amalgamate e dosate appassionano sia l’ascoltatore più sofisticato che quello che dalla musica cerca specialmente pathos, trasporto, piacevolezza. In tutto il disco si respirano atmosfere aperte, mai cupe, piuttosto gioiose e giocose, a tratti intricate, a tratti a mo’ di ballata. Un lavoro che cattura di sicuro l’attenzione e si fa apprezzare da chiunque ami la musica in generale ed il Rock Progressivo in particolare.
Tutto questo vale ancora di più per “Sacred Baboon” (1976), album più maturo ed aggressivo, in cui il gruppo prosegue con la filosofia di “Boris”, ripresentando tre dei cinque brani del lavoro precedente in veste più sofisticata, frenetica e virtuosistica. Le analogie con i Gentle Giant, adesso, sono molto evidenti. E’ un disco che molti definiscono folleggiante, causa i continui ed estenuanti cambi di ritmo, l’uso particolarissimo delle voci, i testi stranissimi. In quell’anno gli Yezda Urfa sembrano finalmente aver trovato un accordo con la Dharma Records, tant’è che i cinque vanno in sala di registrazione. Il sodalizio con la casa discografica, però, non si consolida e bisognerà aspettare il 1989 (otto anni dopo lo scioglimento del gruppo!!!) perché questo lavoro venga pubblicato da Greg Walker di Syn-Phonic (la leggenda narra che in qualche modo, il fato, abbia messo gli Yezda Urfa nelle sue mani) prima come LP, poi come CD. Le registrazioni durano circa due settimane e si svolgono in due diversi studi.
Gli Yezda Urfa sono presenti con un brano (“The Basis of Dubenglazy, while Dirk does the Dance”) nella compilation ”Past, Present, Future”, edita da Syn-Phonic. Il brano rappresenta l’apice del loro periodo “Crazy”.
Negli anni seguenti al 1976 gli Yezda Urfa continuano a scrivere e ad esibirsi dal vivo. Tutto ciò fino al 1981, quando Brad Christoff e Marc Miller lasciano il gruppo per abbracciare altre carriere. Gli altri tre componenti non desistono ma invertono la rotta verso un tipo di sonorità più commerciale ed accessibile, sicuramente meno progressiva. Cambiano nome in “Crafty Hands” ed il risultato è ancora minor successo. A questo punto decidono di sciogliersi definitivamente.
Curiosità:
In “Cancer of the band” su “Sacred Baboon” si sente, mentre suonano, un colpo di tosse. E’ Mark Tippins che tossisce, pare per coprire una “stecca” alla chitarra.
In “(My doc told me I had) Doggie Head”, precisamente al 4:00 minuto, per sei battute si può sentire chiaramente un suono percussivo creato portando in sala di registrazione un tavolo di legno con degli utensili da cucina (table percussion)
Molti titoli di brani sono stati scelti da Brad Christoff, ancora prima di creare il brano con la musica, semplicemente perché le parole “suonavano bene”.
Le foto pubblicate sul CD “Sacred Baboon” hanno didascalie sbagliate. Non si tratta dell’immagine di Rick Rodenbaugh ma di quella del primo cantante, Chuck Nuzu.
Sette anni dopo lo scioglimento ufficiale del gruppo, un tizio di nome “Peter Stoller” si imbatte in un una copia di “Boris” su cui è scarabocchiato il vecchio numero di telefono di Phil Kimbrough. Lo ascolta, gli sembra interessante, lo segnala a Greg Walker di Syn-Phonic. Greg riesce a rintracciare Phil, che nel frattempo si era trasferito e…tutto il resto è storia!
L’eredità degli Yezda Urfa è in uno dei loro versi:
“In my eyes I have seen this before…”
Gli Yezda Urfa sono:
Brad Christoff (ogni genere di percussioni)
Phil Kimbrough (sintetizzatori, tastiere, mandolino, fiati, voce, fisarmonica)
Marc Miller (basso, violoncello, marimba, voce)
Mark Tippins (chitarre, banjo, voce)
Rick Rodenbaugh (voce)
Altri componenti:
Mike Davies
Chuck Nuzu
Gary Stewart
Discografia
1975: Boris (prodotto e realizzato c/o Universal Studios, Chicago da Phil Tarr e Yezda Urfa in LP)
1976: Sacred Baboon (prodotto e realizzato c/o Universal Studios, Chicago e Hedden West Recorders, Schaumburg, Illinois, nel 1989 da Syn-Phonic in LP e CD)
1990: il brano “The Basis of Dubenglazy, while Dirk does the Dance”, rappresentativo del periodo “post-Secret Baboon” viene inserito nella compilaton “ Present-Past-Future”, formato doppio LP edita da Syn-Phonic
Buon Ascolto e…buona ricerca!