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 08/08/2003
Artist: KAIPA
Album: Keyholder
Year: 2003
Io amo profondamente alcuni films da cineforum come "My name is Joe" od "America oggi", continuerò a riguardarmeli periodicamente per il resto della mia vita, godendo per la qualità della recitazione, la profondità delle tematiche ed il coraggio del regista. Questo però non m'impedisce di allietarmi alcune serate con la saga di "Guerre stellari". Per carità, pellicole disimpegnate, di puro svago, però piacevolissime, realizzate da professionisti fra i migliori sulla piazza, ricche di fantasia, con effetti speciali forse fini a sé stessi ma assolutamente spettacolari, insomma il top della loro gamma, ...e nessun cineasta di terzo livello autore di C-movie da quattro soldi (tranne quando magari si cimenta nel restauro e conseguente riedizione di alcune pellicole storiche) ha il diritto di scandalizzarsi ipocritamente se, con le dovute specifiche e puntualizzazioni, recensisco positivamente "Il ritorno dello Jedi" scrivendo per un sito che si occupa di cinema di qualità. Cosa centra tutto questo con l'ultimo lavoro dei Kaipa? Beh, mettiamola così, "Keyholder" è il "Guerre stellari" della situazione se confrontato ad un "In extremis" dei Thinking plague, assimilabile invece ad un classico cult-movie tipo "America oggi" (grande film, consigliato a tutti), il sottoscritto può essere paragonato al cinefilo che considera entrambi ottimi prodotti, distinguendo esplicitamente i diversi spessori e le differenti finalità delle due opere, ed il cineasta di terzo livello ...identificatelo con chiunque non abbia la correttezza o l'intelligenza per accettare la mia posizione critica. Tralasciando metafore e chiavi di lettura, questa nuova fatica dei Kaipa è accostabile all'ultimo valido lavoro dei “The Flower kings”, con brani leggermente inferiori alle due suites presenti su "Unfold the future"; siamo quindi in presenza di rock progressivo sinfonico venato di pop quel tanto che basta a renderlo accattivante anche per un pubblico dai gusti semplici, con un cantato di qualità alla Yes (più coreografica voce femminile) ed un'ottima produzione.
I musicisti, al di la delle preferenze personali, sono tecnicamente fra i migliori della scena scandinava: gli "storici" R. Stolt (The Flower Kings, Transatlantic...) e H.Lundin, M. Agren (Frank Zappa, Mats & Morgan...) J. Reingold (The Flower Kings...), P. Lundstrom (Ritual...), Aleena.
Questi svedesi mi ricordano certi maestri artigiani, bravissimi a riprodurre quasi serialmente dei manufatti di qualità perfettamente aderenti al gusto medio dei propri acquirenti: non sono certo degli artisti che "soffrono" le loro produzioni, ma, alla fine, se la porchetta è buona che ce frega se il cuoco è vegetariano? ETICHETTA: Inside out CATALOGO: SPV-085-65982 CD
| GENERAL
REFERENCES |
| Genre |
Symphonic Prog. Music |
| References |
Flower Kings, Yes
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| Vocals |
Normal use |
| Language |
English – Male and female
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| TECHNICAL
ASSESSMENT |
| Tecnique |
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| Performance |
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| Sound
Quality |
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| EDITOR'S
PATHOS |
| Composition |
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| Feeling |
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| Originality |
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| Rating
levels |
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Very Poor
Poor
Acceptable
Good
Very Good
Excellent |
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Ruggero |
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 30/07/2003
Artist: ANATROFOBIA
Album: Lecosenonparlano
Year: 2002
Può anche essere che le cose non parlino, ma la musica invece a volte sa essere assai eloquente. Nulla da ridire, gran disco questa quarta produzione in studio degli Anatrofobia, di quelle che non colpiscono l'ascoltatore medio di progressive al primo ascolto, ma amano farsi scoprire lentamente. Per usare di nuovo una formula parzialmente abusata, forse troppo sintetica ma assai utile allo scopo, "Lecosenonparlano" è un disco d'avant-jazz, con poca (visto il genere) improvvisazione, comunque sempre strutturata ed inserita in un contesto in cui l'intelligenza compositiva, i "giochi di squadra" e le contaminazioni risultano fortemente presenti. Siamo veramente al cospetto di un linguaggio personale, in cui sinteticamente compaiono le diverse fonti ispiratrici: dal jazz "da camera" al RIO (gli inizi del settimo e del terzo brano sono tranquillamente accostabili a talune composizioni tipiche della scuola avanguardista messicana più scura, vale a dire Decibel, Nazca e soci, ...magari più per matrici comuni che per conoscenza diretta) dall'avanguardia semirumoristica alle riletture di valzer e tanghi propri di certa chamber music intellettuale di stampo bandistico, ...e tanto altro il cui piacere della scoperta è riservato solamente all'attento ascoltatore. Personalmente ho l'impressione che, mentre le prime opere di questi giovini (plurale di "giovani") musici baldanzosi equivalessero ad una documentazione in tempo reale delle loro attività di ricerca, apprendimento e sperimentazione al fine di trovare una strada personale ed equilibrata, lontana da logori seppur nobili cliché altrui, con questa quarta fatica (accostabile al precedente "Uno scoiattolo in mezzo ad un'autostrada") i nostri eroi siano invece già in pieno periodo di raccolta, poiché quel che ci offrono è un cesto ricolmo di frutti artistici ormai pienamente maturi ed appetibili. Cosa posso aggiungere? a buon intenditore poche parole, correte a procurarvi questo lavoro: è un'opera intinta nella fonte dell'eterna giovinezza, che difficilmente sarà segnata dallo scorrere del tempo e, come pochi altri dischi, potrà essere gustata con immutato piacere anche fra parecchi anni. ETICHETTA: Wallace Records CATALOGO: Wallace29
| GENERAL
REFERENCES |
| Genre |
Avant-jazz
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| References |
Avant-jazz school, RIO, Chamber music
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| Vocals |
Moderate use |
| Language |
Italian – Male
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| TECHNICAL
ASSESSMENT |
| Tecnique |
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| Performance |
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| Sound
Quality |
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| EDITOR'S
PATHOS |
| Composition |
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| Feeling |
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| Originality |
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| Rating
levels |
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Very Poor
Poor
Acceptable
Good
Very Good
Excellent |
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Ruggero |
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 30/07/2003
Artist: FLOATING STATE
Album: Thirteen tolls at noon
Year: 2003
Primo album ufficiale per i pugliesi Floating State, dopo due demo autoprodotti e buoni risultati dal vivo. Il sestetto propone un sound progressivo classico, targato anni ’70, con influenze Canterbury, folk, echi di musica medioevale. Il CD dura circa un’ora e un quarto, tra i cinque brani troviamo due suite alla vecchia maniera, una di venti minuti, una di quarantaquattro. Il contest è cantato in inglese, è metaforico e narra di un percorso di ricerca (esistenziale, alla Siddharta, ad esempio). Tante buone idee anche se la realizzazione appare po’ troppo pretenziosa: hanno esagerato, inserendo ingenuamente troppe cose nell’album, forse nella foga di dimostrare il proprio valore (mi piace pensare che possano migliorare!) ma creando effetti riccamente farciti e carichi di orpelli. Per essere un album d’esordio, comunque, non è male. Riconferma, tra l’altro, il momento favorevole per il sottobosco progressivo Italiano. Nota di merito per la confezione, ben curata ed in perfetto stile Rock Progressive. Un album interessante, sufficientemente valido. Potrà essere apprezzato da chi ama il Rock Progressive anni ’70 con influenze folk e Canterbury, specialmente da chi vede nelle ingenuità degli esordi un punto di forza. I Floating State sono: Mimmo Ferri: keyboards Michele Meschini: voice, flute, recorder Grazia Stella: alto and soprano saxophones Beatrice Birardi: drums, vibraphone and percussions Francesco Antonino: bass guitar, fretless bass, jew’s harp Gigi Ferri: electric, acoustic, classic, 12 strings guitar, mandolin Ospiti: Assia Polito: voice Walter Zupa: alto saxophone Antonello Fanizzi: trombone Marcello Patrono: trumpet ITA Lizard 2003 Buon Ascolto!
| GENERAL
REFERENCES |
| Genre |
Symphonic Prog. Music -Folk Music |
| References |
Gryphon - Jethro Tull– Van Der Graaf Generator |
| Vocals |
Substantial Use |
| Language |
English-Male/Female |
| TECHNICAL
ASSESSMENT |
| Tecnique |
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| Performance |
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| Sound
Quality |
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| EDITOR'S
PATHOS |
| Composition |
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| Feeling |
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| Originality |
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| Rating
levels |
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Very Poor
Poor
Acceptable
Good
Very Good
Excellent |
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Stefano R |
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