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 10/08/2005
Artist: GREEN MILK FROM THE PLANET ORANGE
Album: City Calls Revolution
Year: 2005
Trio di giovani e indiavolati giapponesi, che fanno stampare sul retro di questo cd "PROGRESSIVE ROCK IS NOT DEAD”. Tanto per cambiare, siamo al cospetto di un’altra band del sol levante incisiva nell’esecuzione e capace di mettere in buona evidenza tutti gli strumenti. In questo cd, il secondo se non contiamo i CD-R ufficiali, ci sono quatto tracce che non hanno nulla a che vedere con il rock progressivo sinfonico: è un lavoro psicotico, in un ambito quasi hard rock duro e puro, psichedelico e volutamente grezzo. Il contesto è stravagante, retrodatato e travolgente ma troppo e forzatamente arrabbiato per non risultare un po’ fasullo. Il marchio di fabbrica è costituito dall’uso scarno, quasi essenziale, delle strumentazioni. Infatti, l’ossatura delle partiture è per chitarra, basso, batteria e le tastiere praticamente non esistono, a conferma che non c’è affatto volontà del trio di stemperare o amalgamare nulla. Ne risultano i voluti suoni ruvidi, domati con armonie effettivamente “in progress” ma eccessivamente incattivite, incancrenite e ahimè pretenziose, nonostante gli espliciti richiami ai ruggenti anni settanta. L’uso della voce è tutt’altro che ricercato e tipicamente da hard rock, sovente gridato ed esasperato, con intercalari al limite del “grunge”. Per fortuna è in inglese. La produzione, inoltre, vorrebbe farci ancora credere che la registrazione, fatta alla “come viene viene”, può aver senso, con lo scopo di dare l’idea di come la band suonerà dal vivo…chissà se c’è ancora qualcuno che la pensa così?!?
Nell’idea, è un iper-viaggio, carico, dal ritmo incalzante e intriso di momenti onirici e allucinanti. I quattro brani sono orientati ad un art rock distorto nei suoni, che prende di pancia ma poco ci azzecca con il rock progressivo come lo si intende sul pianeta Terra. Si comincia con l’isterica “concrete city breakdown” , un pezzo robusto e lungo 19 minuti, con la batteria freneticamente in evidenza, frequenti cambi di ritmo, in cui si fondono composizione ed improvvisazione e in cui la voce è distorta, gridata e crea tensioni con una chitarra elettrica che ci catapulta nelle sonorità Art Rock di 30 anni fa. Si prosegue con due tracce stile hardcore, ben eseguite e d’impatto, che durano oltre un quarto d’ora. La prima, “OMGS”, in chiave Post Punk Avant-Psych, è una sorta di terra di mezzo tra i Ruins e White Heat, la seconda, “Demagog” , è fusione di Art-Rock e melodie bluespsych, con una ritmica forsennata che combina Jazzrock, RIO, Darkmetal, Psichedelica e una chitarra elettrica speedy e progressiva. Finalmente si giunge all’anima del disco, cioè alla suite finale “A Day In The Planet Orange” : un percorso forzato e visionario che dura 38 minuti, emotivamente interessante per chi subisce il fascino di composizioni sinistre e malate. E’ un brano ben composto, con sonorità ed effetti marcatamente anni 70, che si evolve con naturalezza in chiave progressive-post-psychrock. Spicca una chitarra acida in una trama art-rock di struttura progressiva e contaminata di psichedelia; improvvise aperture armoniche spezzano di tanto in tanto la nenia ipnotica che oscilla tra il festival di Woodstock, i Pink Floyd di Sid Barrett e la musica siderale dei Gong.
Il CD pertanto è omogeneo, personale e musicalmente coerente con se stesso.
Ai Green Milk From The Planet Orange va dato il merito (o il demerito, a seconda dei punti di vista) di essere riusciti a realizzare un lavoro che combina jamming, psychedelia, improvvisazioni e strutture avant-Rock In Oppostion. Pur avendo le radici ben piantate nelle sonorità rock anni settanta, quelle più sanguigne, acide e psichedeliche, è comunque un disco che denota un grosso sforzo di ottenere tensione innovativa.
Resta però una cosa a parte, uno sparo nel buio. Più che anticonformista direi che è un po’ anarchico e fuori contesto. C'è anche da sottolineare il non trascurabile dettaglio che, a parte l'idea, questo lavoro non incontrerà certamente il gusto di tutti ed è destinato a creare discussioni e pareri discordanti. Prima di ordinarlo, vi suggerisco di ascoltarne almeno qualche estratto, perchè è un album senza compromessi, che amerete o scaglierete subito dalla finestra.
Si segnala il sito della band, che a giudizio del sottoscritto è bellissimo: http://www.green-milk.com
Nazione: Giappone
Etichetta: Beta/Iactam Ring Records
| GENERAL
REFERENCES |
| Genre |
Progressive Art Rock - Avant-RIO - Post-Punk Avant- Psychrock
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| References |
Post-70’s Hardrock & then Progressive Rock Scene - Gong- Pink Floyd- Sid Barrett – Ramones - Ruins - White Heat
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| Vocals |
Moderate Use |
| Language |
English/Male |
| TECHNICAL
ASSESSMENT |
| Tecnique |
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| Performance |
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| Sound
Quality |
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| EDITOR'S
PATHOS |
| Composition |
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| Feeling |
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| Originality |
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| Rating
levels |
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Very Poor
Poor
Acceptable
Good
Very Good
Excellent |
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Stefano R |
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 01/08/2005
Artist: THE UNDERGROUND RAILROAD
Album: The origin of consciousness
Year: 2005
Progressive signori, con la P maiuscola: un CD di ottima fattura, composto con mestiere, ben suonato, frizzante, ricco di idee varie e piacevoli. I "The Underground Railroad" sono un gruppo i cui meriti non credo siano stati sufficientemente evidenziati, specialmente alla luce della fatto che, verificando le nuove pubblicazioni, per trovare prodotti per cui valga la pena spendere tempo e denaro dobbiamo sempre più frequentemente osare verso territori di confine, accostandoci a lavori semplicemente imparentati con il nostro genere preferito. "The origin of consciousness", questo il titolo della seconda fatica di questo combo statunitense, ci propone una miscela di progressive classico dai toni talvolta romantici, altresì ricca di chiaroscuri che arrivano non di rado a concretizzarsi in velleità accostabili al R.I.O. più melodico (ma è solamente un'influenza, fra l'altro non delle più evidenti...), colma di riferimenti jazz-rock (in particolar modo Bill Pohl suona molto "alla Alan Holdsworth"), amalgamata con grande misura ed equilibrio. La composizione, armonicamente ricca, impreziosita da valide linee melodiche e ritmicamente ben supportata (il drummer ed il bassista, pur senza impressionarci, paiono comunque gregari di discreto livello), si rivela un costrutto intelligentemente pensato da professionisti che, oltre ad avere buone intuizioni, sanno valorizzare l'insieme grazie al loro grande mestiere.
In evidenza per l'ottima tecnica individuale le due menti del gruppo: Kurt Rongey (buoni anche un paio di suoi dischi da solista) ed il già citato holdsworthiano Bill Pohl.
La produzione pare sufficientemente curata e rifinita, malgrado personalmente trovi le sonorità un po' troppo "moderne" e sintetiche per i miei gusti personali.
Cosa aggiungere, non siamo di fronte ad un capolavoro assoluto, non abbiamo scoperto un gruppo che apre nuove strade al nostro bistrattato genere, ma possiamo sicuramente applaudire questa validissima band che contribuisce comunque a tener alta la bandiera del progressive. Lunga vita ai T.U.G.
Consigliato.
| GENERAL
REFERENCES |
| Genre |
pogressive with jazz rock influences
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| References |
Their 1st CD/Kurt Rongey "That was propaganda"
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| Vocals |
Moderate Use |
| Language |
English/Male |
| TECHNICAL
ASSESSMENT |
| Tecnique |
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| Performance |
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| Sound
Quality |
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| EDITOR'S
PATHOS |
| Composition |
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| Feeling |
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| Originality |
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| Rating
levels |
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Very Poor
Poor
Acceptable
Good
Very Good
Excellent |
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Ruggero |
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 26/07/2005
Artist: DUNGEN
Album: Dungen (1999-2001)
Year: 2005
Se amate il prog sinfonico e la Svezia, incondizionatamente, quella più folle ed eccentrica che è raccontata dai libri di ARTO PAASILINNA, non potete esimervi dal pagarne il tributo mediante l’acquisto del CD dei Dungen. Si tratta di un disco di 45 minuti circa, edito nel 2005, ancora praticamente sconosciuto in Italia ma già acclamato all’estero. Vi sono tre sole tracce musicali, suite che sono frutto del lavoro del gruppo effettuato tra il 1999 ed il 2001. Si tratta di Rock Progressive sinfonico di tipo contemporaneo ma con le radici ben piantate nei radiosi anni 70, contaminate da influenze di musica etnica, orientale e di psichedelica. Nella formazione c’è Reine Fiske, dei Landberk (chitarra, basso, percussioni) e va segnalato che questo dischetto ottico contiene praticamente tutto il primo album dei Dungen più materiale inedito. La formazione contempla Gustav Ejstes, polistrumentista che qui è impegnato alla voce, chitarra, basso, tastiere, flauti, violino, Fredrik Bjorling alla batteria e percussioni, Alex Wiig, sitar e percussioni, Christopher Scalee, chitarre, Marco Lohikari, basso, Linus Gustaisson, sax, Gila Storm, voce. Un cd dove la registrazione, spesso ai limiti dell’artigianale, fa penare e in cui si riscontrano difetti ed ingenuità di produzione di vario tipo. Le tracce, invece, sono stupende, di grande effetto e personalità, con linee melodiche dal tipico gusto scandinavo ma caratterizzate per solarità e creatività. Dal punto di vista compositivo siamo messi bene, direi quasi a pieni voti e vi sono rimandi ai Soft Machine e a vari gruppi americani di rock progressivo protagonisti negli anni settanta. Ah…quasi dimenticavo: l’acquisto di questo cd è raccomandato a chi ha fame di prog sinfonico di buon livello.
Nazione: SVE
Subliminal Sound
Buon Ascolto!
| GENERAL
REFERENCES |
| Genre |
Symphonic Rock Progressive |
| References |
American 70 Symphonic Rock Progressive Scene - Soft Machine
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| Vocals |
Moderate Use |
| Language |
Swede - Female/Male |
| TECHNICAL
ASSESSMENT |
| Tecnique |
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| Performance |
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| Sound
Quality |
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| EDITOR'S
PATHOS |
| Composition |
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| Feeling |
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| Originality |
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levels |
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Very Poor
Poor
Acceptable
Good
Very Good
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Stefano R |
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