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03/07/2005 16.22.21
Redtrospettiva Fred Frith

Prologo.

Parlare di Fred Frith è tutt’altro che semplice, specie avendo a disposizione uno spazio limitato. Infatti si tratta di un talentuoso che vanta una discografia di tutto rispetto, arricchita anche da una miriade di collaborazioni e partecipazioni. Cercare di catalogarlo in una delle tante sfumature musicali che lo vedono protagonista è una vera impresa, ma credo che si possa tranquillamente affermare che, partendo dal Rock Progressive e passando per il RIO (è il leggendario chitarrista degli Henry Cow e degli Art Bears), è arrivato ad essere un esponente di punta di un certo tipo di avanguardia musicale, già a partire dal 1974. Eccomi quindi a proporvi, ancorché riassumere per sommi capi, l’essenzialità di un artista che ha influenzato diversi generi musicali.

Profilo generale:

Polistrumentista, compositore, produttore, insegnante al Mills College (California), possiede persino un’etichetta personale, la Fred Records. Il suo strumento principe è la chitarra ma già nei dischi degli Henry Cow l’abbiamo trovato anche alle tastiere, allo xilofono, al banjo, al sax, al violino, alla viola, ed è famosa la sua esperienza di bassista nei Naked City di John Zorn. Insomma, è uno che sa suonare e che la musica la vive completamente, non solo come specialista della chitarra, dunque, ma anche abile agli archi, fiati e strumenti percussivi. Il suo talento musicale fuori dal comune emerge anche nei suoi arrangiamenti nonché nelle sue direzioni artistiche, dove la sua predisposizione naturale, coltivata e supportata dalla disciplina, dallo studio, dall’esercizio, si estrinseca attraverso la ricerca di soluzioni innovative, progressive, d’avanguardia. A riprova di tutto ciò, il fatto che Fred Frith è ancora oggi un riferimento indiscusso, sia per molti musicisti “progressivi” che per chi bazzica l’ambiente legato al jazz d'avanguardia, specialmente il filone di New York. Parliamo di un artista che, quando era in auge il punk, proponeva sensazioni musicali surreali, alla maniera di Keith Rowe. Tutti i sui dischi sono accomunati dall’essere d’élite, diversissimi tra loro eppure complementari, ricchi di riferimenti musicali colti e sorprendenti ad ogni ascolto.

Gli inizi:

Le avventure musicali di Fred Frith cominciano nella sua patria natia, l’Inghilterra. Protagonista della scena musicale niente meno che con gli Henry Cow, formazione di culto che ha inventato un genere, proseguirà quel tipo di discorso musicale anche con gli Art Bears. Con l’occasione vi consiglio, se per caso non li possedeste già, di avere tutti i dischi degli Henry Cow. Interessanti pure quelli degli Art Bears, con elementi musicali che verranno ripresi anche dal Fred Frith solista. Trasferitosi a New York, diventa parte dell’élite culturale della Grande Mela e si dedica ad esplorare e sperimentare le potenzialità della chitarra.
Le sue ricerche armoniche e compositive, studi per chitarra, vedono la luce grazie alle compilation Guitar Solos (Caroline 1508, 1974), Guitar Solos 2 (Caroline, 1976), Guitar Solos 3 (Rift 1, 1979). Altre testimonianze sono le numerose collaborazioni, tra le quali spiccano quelle con Henry Kaiser. Sono significative le incisioni di With Friends Like These (Metalanguage, 1979) e Who Needs Enemies (Metalanguage, 1983), lavori riediti dall’etichetta americana Cuneiform come Friends & Enemies, con aggiunte di brani mai pubblicati. Altri inediti sono stati pubblicati nel 1987, come With Enemies Like These Who Need Friends. Una splendida fotografia di quei trascorsi è il Live in Japan (Recommended, 1982). In quegli anni, Frith fonda anche il trio punk-rumorista Massacre e fa parte dei Material di Bill Laswell.

Gli album chiave di Fred Frith:

Nel 1980 esce Gravity, il primo album solo post- Henry Cow (ristampato da Cuneiform nel 2001). E’ un disco di avanguardia, moderno, coinvolgente, piacevole nell’ascolto. Il lavoro è un mosaico di frammenti musicali ed ha carattere internazionale. Viene realizzato in Svezia, Svizzera ed USA, con la collaborazione di musicisti francesi e portoricani. Nella prima parte dell’album, come backing band, ci sono i Samla Mammas Manna, mentre nella seconda è il turno dei The Muffin; di spicco anche le performance del belga Marc Hollander. Il lavoro è caratterizzato da una eccentrica miscela di grooves diversissimi, che richiamano la Scandinavia, il Mediterraneo, l’Europa dell’Est. Volutamente in contrasto con i suoi lavori di improvvisazione, è un susseguirsi di brani brevi, composti, popolato da siparietti strumentali ed ironia zappiana, specie nella prima parte. Gravity è tutt’altro che un album di sola chitarra, visto che gli strumenti utilizzati sono una moltitudine: tastiere, mandolino, sax, clarini, violino, basso, percussioni varie. Incredibile la molteplicità di richiami sonori e culturali che si riscontano, provenienti da tutto il mondo e rielaborati in maniera personale: orchestrine caraibiche (Don't Cry For Me), band paesane e big bands, orchestre sinfoniche (Come Across), orchestre da ballo (My Enemy Is A Bad Man), artisti di strada (Year Of The Monkey), danza araba (The Hands Of The Juggler), danza medievale (Slap Dance), regtime (Spring Any Day Now). Il lavoro include inoltre proposte personalissime, con innesti avant-folk e brani come “What A Dilemma”, con elementi di minimalismo e di Hendrix…e via così, follemente e in modo formalmente sregolato per 14 tracce, tutte strumentali. La linea melodica è attentamente studiata e gradevole, con contaminazioni di progressive rock, jazzy, fusion, world music e folk. Una volta terminato l’ascolto, rimane la sensazione di aver sentito spunti interessanti, stuzzicanti, ma di non avere veramente approfondito nulla, come se questi fossero dei meravigliosi germogli di un nuovo dialogo musicale, di un nuovo linguaggio, e molto altro venisse rimandato a lavori successivi. Comunicativo, elegante, sofisticato, tutt’altro che noioso, è un disco geniale, in cui si fondono concetti di rivoluzione ed evoluzione, con combinazioni di sapori esotici e sub-urbani, che l’autore stesso definisce come un’esperienza di avat-garde “dance”. Se amate il Frith dell’improvvisazione e della ricerca sonora più spinta, rimarrete un po’ spiazzati. E’ un lavoro che piacerà anche a chi è profano di avanguardia, caldamente raccomandato agli amanti dei Samla Mammas Manna e The Muffin (chi non li conoscesse ha l’opportunità di trovare esaurienti informazioni su questo portale), dell’avant-prog e del progressivo d’elite. Ottimo come introduzione alla produzione artistica di Frith.

Track Listing: The Boy Beats the Rams (Kluk Tlu?e Berany) (4:53) / Spring Any Day Now (3:05) / Don't Cry For Me (3:28) / Hands Of The Juggler (5:32) / Norrgården Nyvla (2:54) / Year Of The Monkey (4:06) / What A Dilemma (3:10) / Crack In The Concrete (1:24) / Come Across (2:48) / Dancing In The Street/My Enemy Is A Bad Man (4:39) / Slap Dance (2:30) / A Career In Real Estate (4:41) / Dancing in Rockville, Maryland (2:51)

Musicians:
Fred Frith - Bass, guitar, violin, percussion, drums, piano
Lars Hollmer - Piano, organ, accordion
Eino Haapala - Guitar, mandolin
Marc Hollander - Alto saxophone, clarinet, bass clarinet
Dave Newhouse - Alto saxophone, organ
Paul Sears - Drums
Billy Swann - Bass
Hans Bruniusson - Drums

Nel 1981 esce Speechless, molto più ostico e caotico del precedente Gravity, ma per alcuni aspetti superiore. L’album è realizzato con la partecipazione di componenti degli Etron Fou Le Loublan, forse la formazione francese di RIO più significativa (che chi ci segue conosce, o quantomeno ne ha letto la retrospettiva pubblicata su questo sito e pertanto si renderà subito conto che andiamo ad affrontare un disco esplosivo nel contenuto, nella realizzazione delle idee, senza ombra di dubbio fuori dagli schemi), di Laswell e Maher dei Massacre e di Tina Curran. Frith è più che altro dedito alla sovrintendenza dei lavori ed è in evidenza soprattutto alle tastiere. Gli arrangiamenti sono incredibili, di brani brevi, strumentali, che hanno fondamenta nella musica da camera e nel folk. Il tema è quello caotico della folla e delle sue esperienze quotidiane, apparentemente rubate ad un contesto festoso. Spesso si nota l’utilizzo evocativo di suoni di sottofondo, parlati, rumori. L’alternanza di tensioni, suggestioni introspettive, esplosioni di energia, rapiscono e creano shock. La ritmica è coinvolgente, a tratti la linea melodica si perde e si frammenta per poi ritrovarsi mutata completamente. Gli strumenti utilizzati sono svariati: si va dal flauto allo scacciapensieri, dal sax al violino tzigano, dalla fisarmonica all’harmonium, dalla cornamusa all’organetto. Richiami di Eno, atmosfere crimsoniane, eco di Henry Cow, Zappa, Material, sono solo alcuni dei riferimenti che si riescono ad identificare, ovviamente disintegrati e rielaborati alla Fred Frith, laddove le strutture formali del folk sono ribaltate in maniera progressiva, contaminate da innesti di modernità ed intervallate da fanfare e dadaismi musicali. Spicca la traccia “Laughing Matter/ Esperanza”, una suite che è un crogiuolo di suoni e strutture, in cui si fondono danze di pellerossa e polka, musica del vecchio west e quartetto d’archi, melodie medievali ed indiane, con cornamusa scozzese finale; il tutto frullato, miscelato, accelerato, con sax e ritmi indiavolati. Comunque sono da segnalare anche “ahead in the sand”, dal ritmo elegante, orientaleggiante, “A spit in the ocean”, minimalista e ossessiva, ma dinamica e con senso armonico spedito, l’evocativa “navajo”, “balance”, caratterizzata dalla ritmica importante e dominata da una suggestiva chitarra e dal violino struggente. In tutto l’album, l’elettronica è usata in modo sostanziale ed originale. La regia, con i suoi strumenti, conduce un gioco che deforma i suoni, mischiando musica da circo con percussioni metalliche, grilli elettronici con recitazioni e grida di bambini. L’obiettivo di ricreare le sensazioni degli angoli di strada è perseguito con audacia, genialità e con l’apporto determinante di musicisti anticonformisti. Il risultato è una grande opera di avanguardia. Per dirla in termini matematici: “Frith + EFL+ Massacre= Speechless…e variando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia”! Consigliato a chi vuole andare oltre il consueto, alla ricerca di sensazioni decise, senza tralasciare il piacere d’ascolto. Ostico per i profani, ma non impossibile da ascoltare, l’ascolto è raccomandato a tutti quelli che conoscono Gravity.

Track Listing: Kick the can - part 1 (2:33)/carnival on wall street (2:52)/ahead in the sand (3:18)/laughing matter/esperanza (7:46)/women speak to men;men speak to women (5:43)/a spit in the ocean (2:17)/Navajo (3:05)/balance (5:08)/ saving grace (1:57)/speechless (3:07)/conversation with white arc (1:16)/domaine de planousset (3:01)/kick the can –part 2 (2:18)

Musicians:
Fred Frith - guitar, violin, mellotron, bass & organ (1) voice (3)
Guigou Chenevier – drums, tenor sax, voice (3)
Margot Mathieu – soprano & tenor saxes, voice (3)
Ferdinand Richard – bass, guimbarde, voice
Jo Thirion – organ, harmonium

with help from Tina Curran (recorders, unusual edits), Roger Kent Parsons (bagpipes), Asha & Storm (singing), Hans Bruniusson (subliminal drums), Steve Buchanan (snake sax), George Cartwright (alto sax), Tina Curran (recorders, bass), Ferdinand Richard (guimbarde), Mars Williams (baritone sax)

Nel 1998 esce The Previous Evening, interessante concerto-omaggio suddiviso in tre movimenti, ispirato ad importanti esponenti dell’avanguardia americana quali Cage, Feldman e Brown. C’è un movimento per ciascuno dei tre, registrato tra il 1993 e il 1996. Questo lavoro, però, è abbastanza sottotono rispetto ai Speechless e Gravity.

ALTRE COSE:

Altre collaborazioni importanti (di avanguardia) furono quella con Bob Ostertag su Getting A Head (Rift, 1980) e Voice Of America (Rift, 1983).
Il 1983 è anche l’anno di Cheap At Half The Price (Ralph, 1983), che è un lavoro in stile Gravity, di frammenti, registrato sottotono nel suo studio di New York e che vede anche l’impiego di strumenti fatti in casa.
C’è anche il progetto Skeleton Crew, ovvero Fred Frith e il violoncellista Tom Cora, che ha come risultato Learn To Talk (Rift, 1984) e poi sempre loro, con l’aggiunta dell'arpista Zeena Parkins, su The Country Of Blinds (Rec Rec, 1986).

Dal vivo: Live In Prague (Re, 1983), con Chris Cutler, French Gigs (AAA, 1983), con Lol Coxhill, 20000V (Nux, 1990), con Null dei Zeni Gev, Live in Moscow, Prague and Washington (Rec Rec, 1991), Live Improvisations (Woof, 1992), con Tim Hodgkinson

Collaborazioni: fra le collaborazioni del primo periodo si segnalano Live Love Larf And Loaf (Rhino, 1987) e Invisible Means (Demon, 1990) con Richard Thompson, John French e e Henry Kaiser; Nous Autres (Victo, 1987), con Rene` Lussier; la rock opera Dropera (Rec Rec, 1991), con Ferdinand Richard.

Composizioni per il teatro e il cinema:
I due album doppi, Technology Of Tears (Rec Rec, 1988) e Step Across The Border (Rec Rec, 1991), e poi gli album The Top Of His Head (Crammed, 1990) e Helter Skelter (RecRec, 1993).

Composizioni (in senso classico): Long On Logic per il Rova Saxophone Quartet e Disinformation Polka per Guy Klucsevek nel 1988

Dalla seconda metà degli anni 90, Frith ha all’attivo una moltitudine di collaborazioni, in cui persegue e approfondisce le strade già intraprese dei puzzle di strutture composte ed improvvisazioni di ricerca. Alcuni esempi:
il Fred Frith Guitar Quartet, con Nick Didkovsky dei Dr.Nerve, che realizza Ayaya Moses (Ambiances Magnetiques, 1997): un disco incentrato sulla chitarra, parecchio disomogeneo;
Pacifica (Tzadik, 1998): una sinfonia di 46 minuti suonata da una grossa orchestra;
la raccolta di musica per eventi artistici Stone Brick Glass Wood Wire (Dischi di Angelica, 1999);
l’incisione in trio (due diversi) di Later (Victo, 2000) e I Dream Of You Jumping (Victo, 2001), dove c’è un brano di 48 minuti;
Traffic Continues (Winter & Winter, 2000):due brani, uno è musica contemporanea, l’altro è un rifacimento di musica di Tom Cora;
Saturn's Finger (Buzz, 1999): frutto di un nuovo trio (Maybe Monday) in cui vi sono tre brani di improvvisazione, dal sapore esotico e quasi ambient, con spruzzate di industrial. La formazione si evolve con l’ingresso del violoncello, diventando il quartetto che realizza Digital Wildlife (Winter & Winter, 2002);
Two Gentlemen In Verona (Re, 2000): musica melodica, ben strutturata;
Clearing (Tzadik, 2001): improvvisazione chitarristica;
Accidental (Rer, 2001): brevi assolo di Frith del 1995
Freedom In Fragments (Tzadik, 2002): c’è una strana suite, frenetica e necrotica.
Prints (ReR, 2003): una raccolta
Rivers And Tides (Winter & Winter, 2003): colonna sonora, accessibile a tutti e melodica.
That House We Lived In (ReR, 2003): doppia antologia dei Keep The Dog, supergruppo degli anni 90 con Jean Derome (sassofoni e flauto), Charles Hayward dei This Heat (batteria), René Lussier (chitarra e basso), Bob Ostertag (sampling) e Zeena Parkins (accordion, arpa, tastiere).

Insomma, la discografia di Fred Frith è sterminata e non è semplice orientarvisi. Inoltre è tutt’ora in continua evoluzione. Eventualmente andate a reperire le ultime novità su www.fredfrith.com.
Tuttavia, ditemi quel che volete, tranne che non avete mai ascoltato Gravity e Speechless!!!

Buona ricerca e Buon Ascolto!

Stefano R  
 
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