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02/06/2003 21.16.12
AREA

Area: una delle formazioni più importanti del Rock Progressivo italiano ed internazionale degli anni 70. Ancora oggi sono un gruppo fondamentale e di riferimento non solo nell’ambito Progressive. Parlare degli Area è senz’altro impegnativo, soprattutto pensando al fatto che, solo per il ”maestro della voce”, Demetrio Stratos, è stato scritto più di un libro. Ovvi motivi di spazio mi obbligano a dare un taglio di sunto a questa retrospettiva che mira ad un duplice obiettivo: cercare di ripercorre brevemente le tappe del gruppo (e magari aprire qualche discussione fra chi di Area si è nutrito fino ad oggi), scoprire o migliorare la conoscenza di un gruppo basilare, essenziale, sostanziale, da cui molti suoni, molte ricerche, molte scelte estetiche ed artistiche, ancora oggi traggono fondamento.

Va subito detto che fin dagli esordi il gruppo spacca critica e pubblico, avendo realizzato tutti dischi di altissimo valore ma fortemente politicizzati e sperimentali. Tutta la loro produzione è definibile come un’esperienza radicale, vissuta in un contesto sociale burrascoso (quello dell’Italia degli ‘anni di piombo’) ma musicalmente felice (Prog in auge, pubblico attento e numeroso). Inoltre gli Area da sempre si sono spinti oltre i confini della musica rock sinfonica e barocca, valicando le linee di demarcazione di quel sound Progressivo tipico di origine inglese che allora dominava la scena musicale. Parliamo di un gruppo la cui produzione musicale è contaminazione, sperimentazione, ricerca evolutiva per antonomasia…crogiuolo di tendenze musicali…jazz-rock-progressive-avanguardia-pop-etnica-elettronica-folk…precursori progressivi della world music… ed altro ancora. Il loro successo è in gran parte frutto di un intensissimo lavoro dal vivo. Fin dall’inizio si esibiscono, tra l’altro, come supporto alle date italiane di artisti internazionali come Gentle Giant,Soft Machine, dei Nucleus ed altri ancora.

La formazione del 1972, quella di partenza, è composta dal flautista Victor Edouard Busniello, Giulio Capiozzo (già batterista di Stratos), Yan Partick Erard Djivas al basso, Patrizio Fariselli al piano e sintetizzatori, Gianpaolo Tofani (ex Califfi, Noi Tre) alla chitarra e sintetizzatori (che, rientrato dall’Inghilterra con nuove idee di elettronica applicata alla musica, entra nel gruppo in sostituzione di Johnny Lambrizzi) e Demetrio Stratos (dal 67 pianista e voce dei “Ribelli”), mitica ed impareggiabile voce, che si esibisce anche all’organo (farà mille cose anche da solo). Successivamente Partick Djivas lascerà il gruppo per la PFM e sarà rimpiazzato da Ares Tavolazzi (che in futuro collaborerà anche a progetti meno progressivi, ad esempio con Francesco Guccini). Anche Busniello abbandonerà gli Area e proseguirà per la sua strada. A questo nucleo si aggiunge la collaborazione di Gianni Sassi (Frankenstein), ideatore di vari progetti culturali del periodo, che si occupa, tra l’altro, di curare l’immagine del gruppo e di redigerne i testi. Parliamo di musicisti dal background a 360°: free-jazz, pop, sperimentazioni elettroniche e contemporanee ed altro, che si uniscono con l’idea comune di creare una “musica totale, di fusione e internazionalista” …in poche parole con l’idea di fare una rivoluzione musicale! Chiarificatrici le parole di Demetrio Stratos in un’intervista del 1974: “Ognuno portava un’esperienza particolare…uno diverso dall’altro…si è cercato di fare una musica stile totale…io vengo dalla Grecia, uno ha avuto esperienze di musica elettronica a Londra, due vengono dal jazz, uno dalla musica contemporanea…e cerchiamo di fondere…di avere un connubio tra dodecafonia, magari, e rock, fra rock e musica balcanica, …e frutto di questa esperienza nasce un gruppo che si chiama Area…” Negli Area, inoltre, l’impegno politico e sociale è fisiologico, lo ritroviamo in tutti i loro testi, voluto ed ostentato fino a polemizzare addirittura con le scelte estetiche di altri gruppi Prog (vedi dichiarazioni di Stratos riguardo a brani come “Dolcissima Maria” della PFM). Siamo di fronte al paradosso, o meglio, al contraltare di carrozze, folletti, fate e maghi che popolano i testi di molti gruppi di allora. Sperimentazione, ricerca sonora, uso della voce finalmente come uno strumento (a cui oggi molti, vedi “Deus ex Machina”, si rifanno), per non parlare del fatto che Demetrio Stratos è sicuramente una delle voci più progredite e significative di tutto l’occidente musicale. Stratos conosce molti modi di utilizzo della voce ed evolve dalla tecnica di emissione contemporanea di due suoni armonici, la diplofonia, per arrivare nel tempo a raddoppiarne il numero (quadrifonia). Già dotato naturalmente di vocalità molto potente ed estesa, conquista presto la padronanza completa dell’apparato fonatorio, arricchendo se stesso e gli altri con i famosi colpi di glottide e gli inconfondibili trilli. I suoi vocalizzi diventano micro-orchestrazioni (voce-strumento) ed è stato definito il polverizzatore della monodia.

Il primo disco è del 1973 e si intitola “Arbeit Macht Frei” (il lavoro rende liberi), la frase apposta sopra ai cancelli del lager nazista di Auschwitz. Un disco di rottura, provocatorio già nel titolo, uno schiaffo in faccia alla tendenza musicale del periodo, in particolare quella italiana. Si tratta di un album in cui dalla trama musicale traspare una tendenza Jazz-Rock- Progressiva già in essere in Europa (Gong, Henry Cow, Soft Machine e la scuola di Canterbury), impreziosita dall’incredibile uso della voce di Demetrio Stratos che grida, sussurra, singhiozza, sale e scende le ottave in maniera mai udita (arriverà all’acuto estremo a toccare i 7000 hertz), funzionalmente al tessuto musicale pregno di influenze etniche, free-jazz, pop e rock. Quest’album contiene “Luglio, agosto, settembre (nero)”, che inizia con una voce femminile che recita in arabo, rubata al museo del Cairo (dicono le note in copertina), cavallo di battaglia del gruppo durante i concerti. Questa formazione calca subito le scene internazionali (8° biennale di Parigi, tour di solidarietà in Cile) oltre a partecipare a molti eventi culturali in patria.

Nel 1974 viene pubblicato ”Caution Radiation Area”, l’album più sperimentale del gruppo. In quell’anno si esibiscono in un concerto “terapeutico” all’ospedale psichiatrico di Trieste, al festival del Parco Lambro di Milano, al primo festival Internazionale di Rovereto. Suonano insieme a Joan Baez in un concerto contro la guerra in Vietnam e al primo Pop Festival di Berna.

1975: esce “Crac!”, che riprende sonorità di maggior orecchiabilità (seppur sempre di ricerca), mantenendo una matrice d’ispirazione free-jazz con richiami a sonorità etniche ed a repertori popolari. “L’elefante bianco” è forse il brano che chiarisce meglio il microcosmo del gruppo di quel momento. Dal punto di vista compositivo e degli arrangiamenti anche brani come “La mela di Odessa (1920)” e “Megalopoli” sono molto fruibili. “Area 5”, invece, consiste di due minuti di pura avant-garde e rappresenta l’intransigenza didattica con cui gli Area volevano educare musicalmente e culturalmente il pubblico.

Il 1975 è anche l’anno dell’album dal vivo, “Are(a)zione”, in cui alle performance live del repertorio conosciuto si aggiunge un brano inedito, “Are(a)zione” e una versione “Area” de “l’internazionale”. Proprio per questa rielaborazione, Stratos accusa il regime di un certo Ceaucescu, da cui era stato criticato. Le esibizioni dal vivo si intensificano ed i loro dischi vengono pubblicati in Francia.

Nel 1976 i dischi degli Area vengono distribuiti in Giappone. Tengono più di 200 concerti dal vivo in Italia e vengono invitati alla Fête de l’Humanité a Parigi e alla Festa do Avante di Lisbona (da cui è tratto il live edito da Cramps “Parigi-Lisbona”). Esce “Maledetti”, lavoro basato su sonorità balcanico-mediterranee ma sempre dal sound spigoloso, con innesti di jazz elettronico sperimentale (ospiti i fratelli Arze, Steve Lacy, Paul Litton, Walter Calloni e Hugh Bullen). Tavolazzi e Capiozzo collaborano a progetti esterni al gruppo, mentre Stratos, Fariselli e Tofani si esibiscono all’Università Statale di Milano con Steve Lacy e Paul Litton (da cui sarà tratto il disco “Event 76”).

Nel 1977 presentano al pubblico “Antologicamente”, con un concerto al Teatro Uomo di Milano (da cui è stato tratto un disco live Cramps, due CD). Paolo Tofani esce dal gruppo.

Nel 1978 gli Area incidono per l’etichetta CGD l’album “gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano”, album che purtroppo è sottovalutato per quanto sia di buon livello artistico. E’ comunque una svolta, i brani diventano brevi e meno progressivi. Non manca improvvisazione esasperata (“Vodka Cola”) e bei richiami jazz (“FFF”). Il gruppo si esibisce in Portogallo, al festival Mondiale della gioventù a Cuba e due volte a l’Avana.

Nel 1979 Stratos lascia il gruppo per dedicarsi a progetti propri e muore a New York il 13 Giugno di leucemia dirompente, proprio alla vigilia di un concerto organizzato in suo favore a Milano (in cui parteciparono oltre 100 musicisti di fronte ad oltre 60.000 spettatori). Aveva trentaquattro anni. La sua prematura scomparsa, lascia un vuoto tutt’ora incolmato nel panorama musicale ed artistico mondiale e frena pesantemente l’esperienza degli Area.

Nello stesso anno Cramps pubblica il live, “Event’76”, l’anno successivo l’antologia “Area 70”.

1980: gli Area pubblicano un album interamente strumentale, “Tic&Tac”, album di musica jazz meno progressiva, stemperata, il peggiore dei loro album che fa subodorare il definitivo scioglimento del gruppo. Realizzano frattanto “Gli uccelli”, di Aristofane (più di 100 repliche in Italia con un tour che termina a Bruxelles).

Il 1982 è l’anno dello spettacolo di teatro e danza, “Tristano e Isotta”. Si sciolgono l’anno successivo. I singoli proseguono l’attività da solisti (chi compone musiche per la TV, chi si butta nel jazz) e continuano ad esibirsi dal vivo, finché, nel 1997, Sony pubblica l’ultimo album, “Chernobyl 7991”. Del nucleo originario troviamo solo Capiozzo e Fariselli ma si respira ancora il sound dei primi dischi (sperimentazioni e tessuti jazz) in cui il brano d’evidenza è quello con John Cage.

Nell’Agosto 2000, la scomparsa del secondo membro storico degli Area, Giulio Capiozzo (autodefinito batterista etnico, a cavallo tra Africa, Oriente, Carabi…e infatti anche i suoi lavori al di fuori degli Area lo dimostrano) chiude definitivamente la possibilità di un proseguimento della storia degli Area.

Da li parte l’avventura del “Patrizio Fariselli Project”, sorto dalle ceneri degli Area…ma questa è un’altra storia…

Con l’occasione del trentennale della pubblicazione del primo album, sono stati rimasterizzati tutti gli album con Stratos (compresa la raccolta e i concerti). L’edizione del cd è molto bella e curata: cartonata, un disco in miniatura con libretto dell’indimenticabile “international POPular group”

Tra le tante frasi degli AREA ve ne segnalo una autoesplicativa:

”…il mio mitra è un contrabbasso che ti spara sulla faccia ciò che pensa della vita; con il suono delle dita si può fare una battaglia che ci porta sulle strade, della gente che sa amare".

Buon Ascolto e…buona ricerca!

Stefano R  
 
 
 
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