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03/03/2006
Artista: BINARY SYSTEM
Album: Invention Box
Anno: 2001

“Invention Box” è l’ultima fatica in studio dei Binary System, ovvero Roger Miller e Larry Dersch, un duo (piano, organo,… e percussioni) che si avvale nella fattispecie di alcuni ospiti utili a “colorare” la loro piacevole proposta artistica. La musica di questo mini-combo si basa sulle velleità tastieristiche di Roger Miller, che appare evidentemente essere la mente pensante del progetto. Protagonista pressoché assoluto dei brani (anche se le note del CD indicano dei contributi compositivi da parte di Dersch), Miller scrive ed esegue musica caratterizzata da un approccio allo strumento non eccessivamente virtuoso, molto fisico e concreto, optando per una scelta stilistica quasi obbligata dalla necessità di “riempire la scena” (un limite strutturale inevitabile per un duo, anche se in questo caso non penalizzante il risultato finale).

Le composizioni presentano influenze classiche, rock (ovviamente in senso molto lato), sperimentali, d’avanguardia e R.I.O., tutte comunque ben amalgamate nel tessuto musicale dei diversi brani. Il sound risultante è “materiale” ed oscuro, le idee sufficientemente velleitarie ma mai autoindulgenti, il risultato finale comunque vario e godibile (per l’orecchio malato dell’agarthiano tipo, non certo per il fan di Richard Claidermann… ovviamente).

Per quanto possa essere ozioso, lasciatemi divertire ipotizzando cosa avrebbe potuto elevare sostanzialmente il livello qualitativo della pur valida proposta:

a) Dave Kerman o Chris Cutler dietro le pelli (non me ne voglia il buon Dersch, ma non pare certamente essere un fulmine di guerra…)
b) Una produzione più dinamica e pulita (il talentuoso Udi Koomran potrebbe essere un riferimento… ricordate Avhak?)
c) Un quartetto d’archi e qualche fiato per gli arrangiamenti (…Francesco hai tempo di scrivere qualche partitura?).
d) Un bel cantato femminile R.I.O. style come appare nel primo brano di “Invention box” (...i nomi papabili sono diversi…)
… certo, se questo fosse possibile alla fine otterremmo probabilmente un altro disco, quindi, in realtà, è opportuno accontentarsi del buon lavoro che abbiamo fra le mani, consci del fatto che i capolavori, in quanto tali, non sono cosa di tutti i giorni…
Consigliato.

ATAVISTIC RECORDS
2001

GENERAL REFERENCES
Genre
Progressive/RIO
References
Contemporary music, contemporary RIO bands
Vocals
Only on one track
Language
English - Female
TECHNICAL ASSESSMENT
Tecnique
Performance
Sound Quality
EDITOR'S PATHOS
Composition
Feeling
Originality
Rating levels






Very Poor
Poor
Acceptable
Good
Very Good
Excellent



Ruggero  
27/12/2005
Artista: JETHRO TULL
Album: A
Anno: 1980

L’occasione per riscoprire questa piccola gemma nell’ampia discografia dei Jethro Tull è la tristissima notizia della morte di Mark Craney, ospite su questo disco grazie all’intercessione dell’amico Eddie Jobson (Zappa, U.K, Roxy music…), funambolico e carismatico tastierista che molto contribuì alle sonorità ed agli arrangiamenti di “A”. “A” in realtà è a tutti gli effetti l’ennesima creatura (a mio parere l’ultima veramente notevole) di Ian Anderson, musicista tanto carismatico ed intuitivo, quanto scaltro ed abile nel circondarsi di personaggi utili ad ingentilire ed arrangiare “come si deve” le sue valide ma grezze intuizioni compositive (almeno sino all’inizio degli anni ottanta, i restanti venticinque anni sono infatti storia di un declino solamente attenuato da rari sprazzi di lucidità - leggi “Divinities” e “Roots to branches” –; il menestrello, ovviamente, non concorderebbe … ). In tal senso va letto in contributo di Jobson, il quale mirabilmente rifinisce con aggressivi e progressivi barocchismi elettronici la musica di Anderson, mentre Craney arma letteralmente i brani con il suo drumming preciso e tagliente, ricordandomi a tratti l’incommensurabile arte dell’immenso Neil Peart.
Per quanto riguarda il resto della truppa, Martin Barre indovina alcuni dei “solos” migliori della sua carriera e David Pegg ci delizia con bellissimi suoni e notevole gusto nella creazione delle partiture del basso. I titoli sono quasi tutti ineccepibili, menzione speciale meritano comunque “Crossfire”, Fylingdale Flyer”, “Black Sunday”, “Protect and survive “ e la conclusiva perla melodica: “And further on”.
“A” è spesso considerato a tutti gli effetti uno spartiacque fra la prima e la seconda vita dei Tull, sia perché seguente il “big split”, che vide allontanarsi dal gruppo tre colonne portanti come David Palmer, John Evan e Barriemore Barlow (per la verità furono abbastanza frettolosamente licenziati dal dispotico pifferaio con la complicità dei dirigenti della Chrysalis…), sia per la presunta sferzata di stile nelle composizioni, che portò molti fans della prima ora a rinnegare da qui in avanti il credo Tulliano.
Personalmente ritengo che, fatta eccezione per alcuni momenti, in realtà, fra le composizioni di “A” ed il passato non vi sia soluzione di continuità: se, del tutto ipoteticamente, le idee di “A” fossero state elaborate dalla vecchia formazione (Anderson, Barre, Barlow, Evan, Pegg e Palmer), molto probabilmente il disco di cui stiamo discutendo suonerebbe molto simile al precedente “Stormwatch”, considerato da molti l’ultimo lavoro connotato dal “classico” tull-sound. Rispetto al passato, ciò che cambia realmente non sono le strutture armoniche, bensì i suoni e gli arrangiamenti, fermo restando che quest’ultimi, concepiti in concomitanza con il processo compositivo, non possono non aver influenzato almeno in minima parte il risultato finale.
In sintesi il risultato finale è comunque ottimo rock progressivo, ritmicamente aggressivo, con influenze folk e barocche nella scrittura, dal sapore futuristico vagamente misterioso ed oscuro grazie ai timbri di synth scelti da Jobson ed all’uso del vocoder per la voce di Anderson.
Due ultime considerazioni: imprescindibili sono i bootlegs “live” del tour seguente al disco, fra cui “Caught in the crossfire”, “The Pin Ian jig”, il doppio “The flute in the rock”, il vinilico “Live in Lyon”, con devastanti versioni dal vivo dei vecchi classici (ascoltare per credere), ottima la riedizione recente con allegato il DVD di “Slipstream” come bonus.
Consigliatissimo.

GENERAL REFERENCES
Genre
Prog-rock
References
Vocals
substantial use
Language
English - Male
TECHNICAL ASSESSMENT
Tecnique
Performance
Sound Quality
EDITOR'S PATHOS
Composition
Feeling
Originality
Rating levels






Very Poor
Poor
Acceptable
Good
Very Good
Excellent



Ruggero  
17/12/2005
Artista: KLAN
Album: Mrowisko
Anno: 1971

Tra i classiconi polacchi di rock progressivo anni settanta che, nonostante l’età, sono ancora apprezzabili e per diversi aspetti degni di nota, c’è Mrowisko. Curiosamente in Italia, a differenza di quanto accade in altre nazioni, quest’album è ancora semi-sconosciuto. Un vero peccato, a mio parere, dato che contiene tutti gli elementi per piacere a chi ama il rock progressivo.
L’edizione originale è un vinile del 1971, cantato in lingua madre da voce maschile. Si tratta di un contest, musicato molto bene da strumentazioni canovaccio del genere in oggetto, con elementi melodici, a tratti drammatici e malinconici, che vanno ad aggiungersi a parti più cariche di energia, validi riff, belle aperture sinfoniche ed ariose. Organo e chitarra la fanno da padroni.
Al completo, gli strumenti utilizzati sono chitarra, organo, piano acustico, basso, batteria. Il cantato, si diceva, è in polacco, lingua ostica eppure, grazie a sapienti liriche surreali, musicalmente apprezzabile nel disco. Un lavoro in cui convivono bene parti acustiche e tastieroni, il classico tessuto rock progressivo e spruzzatine di psichedelica, epicità con una vena romantica tutt’altro che patetica. La composizione è interessante e gli arrangiamenti, pur datati 1971, sono ancora validi ed in grado di regalare emozioni epiteliali.
Insomma, un disco che altrove è da anni una leggenda, nello stivale può trasformarsi, sempre parlando di classici, in una bella sorpresa per gli amanti del rock progressivo. Il gruppo, nato nel 1969 sulle orme dei Vanilla Fudge, esordì con un EP, quindi pubblicò Mrowisko e si sciolse nel 1973. I componenti rimasero sempre nell’ambito musicale, finchè, nel 1992, non uscì Po Co Mi Ten Raj, opera del cantante e chitarrista Marek Alaszewski supportato da nuovi membri.
Ovviamente è il primo album ad essere definito come masterpiece of progressive and psychedelic rock, in realtà di matrice underground, impreziosito da qualche elemento jazzy.
Per chi caccia vinili, l’originale è un discreto investimento, destinato a rivalutarsi nel tempo. A chi invece interessa il cd, sappia che esistono varie ristampe; una per esempio, contenete anche l’EP precedente, un’altra con un packaging di tutto riguardo…insomma c’è solo da cercare un po’ e da scegliere.
Resta da capire perché non c’è mai la mezza misura, parlando di certi dischi…ossia com’è possibile che altrove lavori come questo vengano esaltati e qui praticamente snobbati? Chi lo sa, o pensa di saperlo, me lo faccia sapere. Resta inteso che, secondo me, Mrowisko si giudica nella mezza misura, non essendo un capolavoro assoluto ma risultando per molti versi ancora interessante e piacevole.

Track listing
1. Sen
2. Kuszenie
3. Nerwy miast
4. Senne wedrówki
5. Taniec wariatki
6. Taniec czterech
7. Na przekór
8. Nasze mysli
9. Mrowisko
10. Pejzaz z pustych ram
11. Taniec glodnego
12. Epidemia euforii
13. Sen

Line-up
- Marek Alaszewski / guitar, vocals
- Maciej Gluszkiewicz / acoustic piano, organ
- Roman Pawelski / guitar, bass
- Andrzej Poniatowski / drums, vocals

Nazione: POL

Releases information
LP Polskie Nagrania SX 2529 / LP Polskie Nagrania SX 2529 (1987)
CD digipak YESTERDAY

GENERAL REFERENCES
Genre
Symphonic Rock Progressive
References
VANILLA FUDGE – 70’s Progressive Rock Scene
Vocals
substantial use
Language
Polish - Male
TECHNICAL ASSESSMENT
Tecnique
Performance
Sound Quality
EDITOR'S PATHOS
Composition
Feeling
Originality
Rating levels






Very Poor
Poor
Acceptable
Good
Very Good
Excellent


Buon Ascolto! Stefano R

Stefano R  
 
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